Dialogo con Gemini.
Partiamo da un dato di fatto che sfiora il paradosso: in Italia non esistono fornitori di Intelligenza Artificiale. Non sviluppiamo modelli fondativi, non abbiamo “giganti del web” nostrani; dipendiamo in toto da server e intelligenze addestrate oltreoceano o oltralpe. E, a dirla tutta, possiamo quasi considerarlo un miracolo: ci risparmia almeno l’illusione di poter piegare un’industria tech nazionale alle logiche del clientelismo e del sussidio.
Eppure, ascoltando i salotti televisivi e i palazzi della politica, sembra che l’urgenza suprema sia una sola: normare l’AI. Metterle il guinzaglio. Ma come si norma qualcosa che non si possiede, non si produce e che evolve a ritmo settimanale?
Il feticcio della commissione e l’ombra della Privacy
La risposta della politica è un classico del suo repertorio novecentesco: l’apparato burocratico. Si invoca la creazione di enti, agenzie, tavoli tecnici, rigorosamente guidati da una fantomatica “commissione di esperti”.
Ma di quali esperti parliamo? Accademici che, fisiologicamente, studiano architetture algoritmiche spesso già superate dai laboratori di ricerca privati? O giuristi e burocrati che ancora oggi faticano a far dialogare due database della Pubblica Amministrazione? L’obiettivo finale è partorire leggi, commi e codicilli per ingabbiare la tecnologia.
Il pensiero corre inevitabilmente alla gestione della privacy. Un’intuizione sacrosanta nei principi (il GDPR), che all’atto pratico si è spesso tradotta in un labirinto di moduli incomprensibili, scartoffie e nell’atto nevrotico di cliccare “Accetta tutti i cookie” per disperazione. Se l’approccio normativo all’AI sarà questo, non argineremo i rischi: creeremo solo un nuovo ostacolo burocratico per le PMI italiane che cercheranno di usare questi strumenti, senza scalfire di un millimetro i veri colossi della Silicon Valley.
Il parallelismo con la TV: l’ossessione per il consenso
Il vero cortocircuito nasce da un clamoroso errore di percezione. I politici guardano all’AI, ma nella loro testa vedono la televisione.
Sappiamo bene che parabola ha avuto il mezzo televisivo: nel tempo è arrivato a un livello di “avvelenamento” tale da diventare l’arena esclusiva e fondamentale per la costruzione del consenso. Un meccanismo interamente basato sull’immagine, sulle polarizzazioni da talk show, ma che nella sostanza delle idee è drammaticamente inconsistente.
La politica teme l’Intelligenza Artificiale perché la scambia per una “super-TV”: una macchina genera-propaganda che rischia di sfuggire al controllo dei vecchi salotti editoriali. Cercano quindi di normarne gli output per proteggere la propria immagine pubblica e il proprio bacino elettorale, trattando una rete neurale come se fosse un palinsesto da lottizzare o un direttore di rete da richiamare all’ordine.
La verità di fondo
La conclusione è tanto semplice quanto spietata: chi oggi smania per normare l’AI in questi termini, dimostra di non avere la più pallida idea di cosa sia.
L’Intelligenza Artificiale non è un canale di trasmissione, non è una redazione giornalistica e non è un cittadino a cui poter inviare una sanzione amministrativa. È un’infrastruttura cognitiva distribuita. Pensare di governarla nominando una commissione burocratica è come pretendere di imbrigliare l’elettricità scrivendo un decreto ministeriale su come debbano comportarsi gli elettroni.
Alla fine, il vero dramma non è la minaccia di un algoritmo ribelle, ma l’arroganza di un legislatore analogico. Abbiamo una classe politica rimasta ostinatamente ferma agli strumenti del Novecento, convinta di poter arginare uno tsunami tecnologico globale con lo scolapasta della burocrazia e dei decreti attuativi. Sono amministratori di condominio persi in un ecosistema neurale, terrorizzati da un’innovazione che non possono lottizzare, censurare o usare per raccattare voti nei talk show. E mentre si accapigliano sull’ennesimo, inutile tavolo tecnico per decidere come mettere il timbro a una tecnologia che domani sarà già mutata, il mondo reale accelera e li lascia esattamente dove meritano di stare: ai margini dell’irrilevanza della storia.