Dialogo con Claude integrato con DeepSeek.
Ciao, vorrei scrivere un articolo su un’ultima notizia che mi sembra importante ovvero la presunta imposizione del governo USA a limitare le AI al territorio nazionale ed in particolare a Claude. Ricordo, da italiano, che un fondatore di Anthropic ha partecipato alla presentazione dell’enciclica in Vaticano… Cosa ne pensi?
Ciao! Confermo che la notizia è reale e recentissima — ricapitolo i fatti essenziali per il tuo articolo:
Cosa è successo: Il 12 giugno 2026 il Dipartimento del Commercio USA (tramite il segretario Lutnick) ha ordinato ad Anthropic di limitare l’accesso a due modelli appena lanciati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, citando ragioni di sicurezza nazionale legate a un jailbreak segnalato. La direttiva imponeva di bloccare l’uso a tutti i cittadini non statunitensi, ovunque si trovassero — anche i dipendenti non-USA di Anthropic stessa. Il Segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, ha ordinato all’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, alle 17:21 ET di venerdì di limitare l’accesso a Claude Fable 5 e Claude Mythos 5. Non potendo applicare un blocco selettivo, Anthropic ha disattivato entrambi i modelli a livello globale per tutti gli utenti, lasciando invariati gli altri modelli Claude. Cryptopolitan
La posizione di Anthropic: l’azienda ha eseguito l’ordine ma lo ha contestato pubblicamente, sostenendo che eventuali restrizioni dovrebbero seguire un processo trasparente, equo e basato su dati tecnici verificabili, e che la direttiva non specificava tecnicamente la preoccupazione di sicurezza. FIRSTonline
Il contesto più ampio: i rapporti tra Anthropic e l’amministrazione Trump erano già tesi — il Pentagono aveva inserito l’azienda in una lista di “rischio” per la difesa dopo il rifiuto di Anthropic di concedere usi militari illimitati di Claude, e Anthropic ha fatto causa al governo su questo punto.
Sul collegamento con il Vaticano: è corretto — il 25 maggio 2026 Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic (esperto di interpretabilità dei modelli), ha partecipato alla presentazione di “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV dedicata all’IA. Olah ha affermato che le domande poste dall’IA «sono più grandi della comunità di ricerca» e non possono essere lasciate soltanto nelle mani di scienziati o aziende tecnologiche. EWTN
Sul “cosa ne penso”: essendo un prodotto Anthropic, su una vicenda che riguarda direttamente la mia azienda preferisco darti i fatti senza un mio giudizio personale — userei l’articolo per presentare entrambe le letture: chi vede nel blocco un legittimo intervento di sicurezza nazionale, e chi lo vede come un precedente preoccupante (decisione opaca, senza motivazioni tecniche pubbliche, che colpisce milioni di utenti). Il parallelo col Vaticano è interessante perché mostra due facce dello stesso dibattito: governance dell’IA tramite poteri statali vs. tramite riflessione etica/morale condivisa.
Grazie per la risposta che condivido pienamente. La prima domanda è relativa alla libertà. Provo ad arrivare a questo tema ricordando il ruolo fondamentale di moltissimi esponenti statunitensi nella costruzione dell’Open Source, del Perl, di Linux, … fondamentali per l’altissima tecnologia…
A differenza di quanto alcuni temono, la Cina non ha (al momento) imposto un blocco territoriale all’uso delle proprie AI. Anzi, paradossalmente, DeepSeek – modello cinese – è il principale esempio globale di AI open source. Mentre gli USA, patria storica del software libero, hanno appena imposto un blocco nazionale a modelli proprietari come Claude.
Questo scambio di ruoli è interessante: mostra che la vera battaglia non è tra Stati, ma tra controllo centralizzato e diffusione libera. E l’open source (cinese, europeo o americano che sia) rimane l’unico modello in cui nessun governo può “spegnere” la tecnologia.
Bella domanda, e il parallelo storico è calzante. Provo a darti elementi per il pezzo, restando equilibrato visto che è un tema politicamente sensibile.
Sul fondamento storico: hai ragione, gran parte della cultura open source (GNU, Linux, Perl, BSD, Apache…) nasce da un’etica — spesso esplicitamente americana, hacker e libertaria — secondo cui il codice deve circolare liberamente, indipendentemente da confini o governi. È un’eredità culturale forte, che ha plasmato anche come molte aziende tech pensano l’innovazione.
La Cina non ha imposto un blocco territoriale all’uso dei propri modelli AI, come invece ha appena fatto il governo USA con Claude Fable 5 e Mythos 5. Quello che esiste è un sistema di controllo all’export e nuove norme (giugno 2026) che classificano algoritmi e dati come segreti commerciali, limitandone accordi internazionali. Ma l’uso di DeepSeek da parte di un cittadino europeo o americano oggi non è vietato.
Anzi, c’è un’ironia storica:
Proprio DeepSeek – modello cinese – è oggi il principale esempio di AI open-weight globale. La Cina lo usa come strumento di soft power tecnologico, non come tecnologia blindata. Mentre gli Stati Uniti, culla dell’open source, impongono un blocco nazionale a modelli proprietari.
Quindi il tuo ragionamento di fondo regge eccome, ma va ribaltato:
non è Oriente vs Occidente, né Cina vs USA.
Lo scontro è tra logica di controllo statale (USA in questo caso) e logica di apertura open source (DeepSeek, Llama, Mistral, indipendentemente dalla loro nazionalità).
Il nodo concettuale per il tuo articolo: la tensione reale che hai individuato è tra due visioni della “libertà” nell’AI:
- quella dei “tecnici”/comunità open source, per cui libertà = accesso al codice/pesi, indipendentemente da chi sei o dove sei;
- quella dei governi (sia USA che Cina, con strumenti diversi), per cui l’AI avanzata è ormai trattata come tecnologia a duplice uso strategica — quindi soggetta a logiche di controllo nazionale simili a quelle di armamenti o semiconduttori, dove “dove ti trovi” e “chi sei” contano moltissimo.
Il caso Anthropic che abbiamo trattato prima è interessante proprio perché mostra questa frizione anche dentro un’azienda con forte impronta “open” nelle origini culturali della Silicon Valley, ma che produce modelli proprietari finiti comunque dentro la logica dei controlli all’export.
E quindi l’AI, una vera rivoluzione nella storia dell’umanità, nel momento storico che l’evento è evidente, viene messa sotto attacco dai poteri forti, e tra questi non solo quelli economici, ma soprattutto da quelli militari. Non vedresti questo contesto come la perfetta tempesta da far rinasce, con il fondamentale contributo di direi eroiche persone statunitensi, una forte risposta semplicemente delineando l’alternativa open source dell’ AI?
È una lettura che ha una sua coerenza narrativa, e in effetti l’open source AI come “contropotere” è un filone di pensiero reale e attivo — vale la pena che lo racconti nel tuo articolo. Ti aiuto a inquadrarlo, ma con qualche distinzione utile per non scrivere un pezzo a tesi unica.
La narrazione che descrivi esiste davvero: c’è una corrente — penso a chi sostiene Llama di Meta, Mistral in Europa, o appunto DeepSeek — secondo cui modelli open-weight sono l’argine alla concentrazione del potere AI in poche mani (aziende o governi), e quindi una forma di “democratizzazione” tecnologica. Il caso Anthropic che abbiamo descritto può essere letto in quella chiave: se anche i modelli proprietari più avanzati finiscono sotto controllo geopolitico/militare, l’alternativa open diventa più attraente per chi vuole accesso libero alla tecnologia.
Ma ti segnalo l’altra faccia della medaglia, perché un buon articolo regge meglio se la presenti: la stessa apertura dei pesi che per alcuni è “libertà” per altri (incluse parti della comunità safety, non solo i governi) è il motivo per cui certi modelli vengono trattati come dual-use — un modello open non si può “richiamare” né limitare dopo il rilascio, e questo è esattamente l’argomento usato da chi sostiene i controlli. Quindi la stessa caratteristica (apertura) è letta da una parte come emancipazione, dall’altra come rischio di proliferazione incontrollabile.
Sul framing “poteri forti vs eroi”: lo capisco narrativamente, ma ti inviterei a una formulazione più sfumata — non userei “attacco” e “eroico” come dati di fatto nell’articolo, piuttosto come una delle interpretazioni in campo. C’è chi vede nei controlli all’export una difesa legittima da rischi reali (cyber, bio, uso militare), e chi li vede come capture geopolitica della tecnologia. Entrambe le letture hanno sostenitori seri, e presentarle così rende il pezzo più solido e meno attaccabile.
Se vuoi, nella prossima risposta posso aiutarti a strutturare proprio questo doppio binario (open source come libertà vs open source come rischio) come sezione dell’articolo.
Si, grazie ...
Ecco una possibile struttura per la sezione, che puoi adattare liberamente al tono del tuo blog.
Il doppio binario dell’AI open source
Da un lato c’è la tesi della libertà tecnologica. Chi sostiene i modelli open-weight — pensiamo a Llama di Meta, Mistral in Europa, DeepSeek in Cina, o progetti come Falcon — parte da un’idea semplice: se i pesi di un modello sono pubblici, chiunque può scaricarli, ispezionarli, modificarli, farli girare sul proprio hardware senza dipendere da un’azienda o da un governo che decide, da un giorno all’altro, di “spegnere” un servizio. È esattamente lo scenario che abbiamo visto con Fable 5 e Mythos 5: un modello chiuso può essere disattivato con un ordine amministrativo, un modello open no. In questa lettura, l’apertura del codice è una forma di resilienza democratica — la stessa logica che per decenni ha animato il software libero, applicata ora a una tecnologia molto più potente.
Dall’altro lato c’è la tesi del rischio di proliferazione. Qui l’argomento centrale è che proprio l’irreversibilità dell’apertura — non puoi “richiamare” un modello già scaricato da milioni di persone — è ciò che la rende pericolosa quando si parla di capacità potenzialmente dual-use: sicurezza informatica offensiva, supporto alla progettazione di armi, disinformazione su scala, manipolazione psicologica. I governi (e parte della comunità AI safety, inclusa Anthropic) sostengono che modelli proprietari permettono almeno un controllo a valle — restrizioni d’uso, monitoraggio, possibilità di intervenire se emergono abusi — che un modello open per definizione non consente.
Il punto interessante per il tuo articolo è che questi due argomenti non si escludono: sono entrambi vere preoccupazioni su aspetti diversi del potere. Il primo riguarda chi controlla l’accesso alla tecnologia (concentrazione vs distribuzione). Il secondo riguarda chi controlla l’uso della tecnologia una volta distribuita (governabilità vs irreversibilità). Il caso Anthropic-USA che hai usato come apertura dell’articolo è in realtà un esempio del secondo tipo di controllo applicato a un modello chiuso — il che apre la domanda implicita: se anche i modelli proprietari finiscono sotto controllo statale stringente, l’unica vera “via di fuga” resta l’open source, con tutti i rischi che questo comporta?
Potresti chiudere la sezione lasciando questa domanda aperta al lettore, invece di darle una risposta — è il tipo di tensione non risolta che rende un articolo di opinione più interessante di un editoriale a tesi unica.
Continuo sulla mia linea: ma dopo decenni Linux è unico, fondamentale, dovunque. E questo forse proprio perché non c’è stato qualcuno che sia riuscito a controllarlo …
C’è del vero, ma vale la pena guardare la storia di Linux con un po’ più di precisione, perché la “leggenda” di un percorso senza ostacoli non è del tutto accurata — e questo può rendere il tuo argomento più solido, non più debole.
Linux non è stato lasciato in pace: ci sono stati tentativi seri di controllo o attacco. Microsoft per anni ha trattato l’open source come una minaccia esistenziale (il celebre “cancro” di Ballmer), ha condotto campagne FUD (fear, uncertainty, doubt) e ha finanziato indirettamente cause legali. La più nota è quella di SCO Group contro IBM nei primi anni 2000, che rivendicava diritti di proprietà sul codice del kernel e per anni ha gettato un’ombra legale su Linux in ambito enterprise. Ci sono state guerre di brevetti, tentativi di “embrace, extend, extinguish”. Linux non è sopravvissuto perché nessuno ci ha provato, ma perché la struttura — sia legale che comunitaria — ha resistito ai tentativi.
Il punto chiave è la licenza, non l’assenza di attacchi: la GPL (e le altre licenze open source) sono per loro natura uno strumento legale anti-capture — chiunque usi quel codice deve redistribuirlo con le stesse libertà. Questo ha reso Linux “non richiamabile” non per fortuna, ma per design giuridico. È lo stesso principio che, applicato all’AI open-weight, rende impossibile per un governo “spegnere” DeepSeek o Llama come è stato fatto con Fable 5.
Dove l’analogia si incrina, e che forse vale la pena affrontare nell’articolo: un kernel è infrastruttura — la sua “dannosità” intrinseca è quasi nulla, è un sistema operativo. I governi non hanno mai trattato Linux come un’arma. Con l’AI frontier, invece, il problema percepito dai governi non è il codice in sé, ma la capacità che il modello incarna (capacità cyber-offensive, bio, persuasione di massa). È più simile, concettualmente, a come gli stati trattano la crittografia forte negli anni ’90 (PGP, le “crypto wars”) che a come hanno trattato Linux — lì sì che ci fu un tentativo concreto di controllo statale su software che si diffondeva liberamente, e anche lì l’open source/la rete vinsero, ma con anni di battaglie legali (il caso Zimmermann/PGP è un parallelo storico forse più calzante di Linux per il tuo pezzo).
E mentre i governi discutono di blocchi e sovranità, qualcuno ha già scelto un’altra strada… un aneddoto: ero presente ad un incontro di Stallman a Padova presso il Liceo Modigliani (1). Ho visto Stallman con il suo telefono satellitare continuare a comunicare mediante un vecchissimo notebook IBM con suoi colleghi in Amazzonia per coordinare la diffusione della tecnologia. Una specie di missionario. Da quello che ricordo le battaglie non erano mero dure di quelle che si prospettano oggi. Il problema odierno che si aggiunge è che se questi moderni strumenti diventano solo per il potere allora l’umanità avrà enormi problemi. E qui condivido alcuni temi che il Pontefice, laureato in matematica e statunitense, ha presentato, ma senza dare risposte. L’individuo, magari insegnante di Padova e senza rapporti con la costruzione di droni militari, può con un Ollama libero eseguire un’istanza open …
Bell’aneddoto, e funziona benissimo come immagine per chiudere l’articolo — Stallman col telefono satellitare in Amazzonia è davvero l’icona del “missionario tecnologico” che porta strumenti, non dottrine.
Sulla tua osservazione che le battaglie di allora fossero meno dure: in parte è vero, ma aggiungerei una sfumatura. Le battaglie di Stallman erano feroci sul piano filosofico e legale (la GPL, il copyright, il “diritto di leggere” il codice), ma la posta in gioco percepita era diversa — un sistema operativo libero non spaventava nessun governo come questione di sicurezza nazionale. Oggi la posta in gioco si è spostata: non è più solo “chi controlla il codice” ma “chi controlla una capacità”. È questo lo scarto che rende il presente più teso, come dicevi tu all’inizio.
Ma è proprio qui che il tuo esempio dell’Ollama diventa centrale, e credo sia il punto più forte di tutto il ragionamento che hai costruito finora. Un docente di Padova che fa girare un modello open in locale, senza passare da nessuna API, nessun cloud, nessun account — non sta solo “usando uno strumento”: sta esercitando esattamente quella libertà che Stallman chiamava “libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo”. È la continuità diretta tra il software libero e l’AI libera: stessa logica, applicata a uno strumento immensamente più potente. Nessuna direttiva del Dipartimento del Commercio può “spegnere” quel laptop.
E qui si aggancia bene il filo dell’enciclica che hai citato all’inizio: da quanto emerge dalle cronache, Papa Leone XIV ha posto la domanda — senza risposta — di come distribuire equamente i benefici dell’AI, e lo stesso Olah ha riconosciuto che “non abbiamo un meccanismo per questo”. L’Ollama sul portatile del professore non risolve quel problema sistemico, ma è forse la dimostrazione pratica che un meccanismo esiste già, a livello individuale: la possibilità di possedere lo strumento stesso, non solo l’accesso a un servizio. È la differenza tra “avere diritto a usare l’AI” e “avere l’AI”, proprio come per Stallman la differenza non era avere accesso a un programma ma possederne il codice.
Potrebbe essere proprio questa la chiusura: la domanda posta dal Vaticano resta aperta a livello globale e politico, ma a livello individuale qualcuno — nella tradizione che descrivi — ha già dato una risposta pratica, decenni fa, con un altro strumento. La storia potrebbe ripetersi.
Sono consapevole dei rischi che l’open source comporta (proliferazione, assenza di controllo a valle). Ma di fronte al rischio opposto – che pochi poteri decidano chi può accedere all’AI – ritengo che la scelta più ragionevole sia quella di diffondere gli strumenti, non di blindarli.
(1) La conferenza di Richard Stallman a Padova presso il Liceo Modigliani si è tenuta il 10 giugno 2007. [1, 2]
L’evento ha avuto luogo in occasione del PLUTO Meeting 2007, ospitato all’interno dell’Auditorium del Liceo Artistico Statale A. Modigliani in via degli Scrovegni. [1, 2]
Dettagli dell’evento:
- Tema principale: “L’importanza di essere Libero – nella Società, nella Scuola, nell’Industria”.
- Intervento di Stallman: Intitolato “The importance of being Free”, è iniziato nel pomeriggio (intorno alle 16:30).
- Momento speciale: Durante la serata, a Stallman è stato consegnato il riconoscimento ufficiale del Software Libero come Tesoro Immateriale del Mondo da parte di una federazione associata all’UNESCO. [, 2, 3]
Puoi consultare tutti i dettagli storici dell’iniziativa, i relatori e il programma completo direttamente sul sito ufficiale del PLUTO Meeting 2007. [1]
Il Movimento GNU è stato fondato da Richard Stallman nel settembre 1983. [1, 2]
L’obiettivo principale era creare un sistema operativo completamente libero, chiamato GNU (acronimo ricorsivo per “GNU’s Not Unix”). [1, 2, 3, 4]
I Principi Fondamentali
Il movimento si basa sul concetto che gli utenti debbano avere il controllo del proprio computer. Per garantire questo controllo, il software deve rispettare quattro libertà fondamentali: [1]
- Libertà 0: Eseguire il programma per qualsiasi scopo.
- Libertà 1: Studiare come funziona il programma e modificarlo.
- Libertà 2: Ridistribuire copie per aiutare gli altri.
- Libertà 3: Migliorare il programma e distribuire i miglioramenti. [1, 2, 3, 4, 5]
Tappe Fondamentali
- 1983: Stallman pubblica l’annuncio iniziale del progetto GNU.
- 1985: Nasce il Manifesto GNU e viene fondata la Free Software Foundation (FSF).
- 1989: Viene rilasciata la prima versione della GPL (General Public License).
- 1992: Il sistema GNU viene completato dall’unione con il kernel Linux.
Il termine Open Source (codice sorgente aperto) è nato nel 1998 a Palo Alto, in California, creato da figure chiave come Christine Peterson, Eric S. Raymond e Bruce Perens. [1, 2, 3, 4, 5]
Il movimento è nato per presentare le idee del Software Libero al mondo aziendale in modo più pragmatico, eliminando la forte connotazione morale e politica di Richard Stallman. [1, 2, 3, 4]
La Differenza Filosofica Principale
- Software Libero (Stallman): È una questione etica e di libertà. Il software proprietario è considerato un problema sociale perché priva gli utenti dei loro diritti. [1, 2, 3, 4, 5]
- Open Source (OSI): È una metodologia di sviluppo. Sostiene che condividere il codice porti a software tecnicamente migliore, più sicuro e meno costoso. [1, 2, 3, 4, 5]
I Criteri dell’Open Source (OSD)
Per essere definito Open Source, un software deve rispettare i 10 punti della Open Source Definition. I principali sono: [1]
- Libera ridistribuzione: Nessuna restrizione alla vendita o cessione del software.
- Codice sorgente: Il codice deve essere incluso o facilmente reperibile.
- Opere derivate: La licenza deve permettere modifiche e derivazioni.
- Nessuna discriminazione: Chiunque deve poter usare il software, per qualsiasi scopo (anche commerciale). [1, 2, 3, 4, 5]
La Open Source Initiative (OSI) è un’organizzazione non-profit fondata nel febbraio 1998 da Eric S. Raymond e Bruce Perens [1]. [1, 2, 3, 4, 5]
La sua nascita formale è avvenuta subito dopo l’annuncio storico della Netscape Communications Corporation di rilasciare il codice sorgente del proprio browser (il futuro Mozilla Firefox) [1]. [1]
Lo Scopo dell’OSI
L’OSI è stata creata per fare da garante del termine “Open Source” e per promuovere l’uso del software a codice sorgente aperto nel mondo commerciale, presentandolo come un modello di sviluppo efficiente, collaborativo e pragmatico. [1, 2, 3, 4, 5]
I Compiti Principali dell’Organizzazione
- Custodia dell’OSD: Gestisce e aggiorna la Open Source Definition (OSD), lo standard globale che stabilisce se una licenza sia autenticamente aperta o meno [1]. [1, 2, 3, 4]
- Approvazione delle Licenze: Esamina le licenze software create da aziende e sviluppatori. Solo quelle approvate dall’OSI possono ufficialmente fregiarsi del marchio “OSI Approved” [1]. [1, 2, 3, 4]
- Educazione e Advocacy: Protegge la definizione di open source dall’abuso del termine da parte di aziende che praticano il cosiddetto openwashing (software spacciato per aperto ma con forti restrizioni). [1, 2, 3]
L’OSD (Open Source Definition)
L’OSD non è nata da zero: Bruce Perens la scrisse basandosi direttamente sulle linee guida del progetto Debian (Debian Free Software Guidelines), di cui era leader all’epoca [1]. Un software per l’OSI è valido solo se la sua licenza garantisce l’assenza di discriminazioni contro persone, gruppi o settori di utilizzo (inclusi quelli commerciali e militari). [1, 2, 3, 4, 5]
Se desideri approfondire l’evoluzione attuale dell’organizzazione, possiamo esplorare la recente definizione dell’OSI sull’Intelligenza Artificiale Open Source
(la Open Source AI Definition) oppure esaminare la lista delle licenze approvate più diffuse [1]. [1, 2, 3]